Credo che ormai molti conoscano il regista e sceneggiatore rumeno autore de Il Concerto (e forse qualcuno l’ha già conosciuto attraverso il folle viaggio del Train de vie, e attraverso la commovente vicenda di Shlomo, etiope cristiano profugo tra gli ebrei di Vai e vivrai) un film che, attraverso una delle magistrali opere di Ciajkovskij, ci regala una straordinaria e universale metafora sociale sulla dignità dell’individuo e sul dialogo interculturale.
Ma, al di là degli stereotipi, Il Concerto è qualcosa di più.
Musica classica, reminiscenze comuniste, melodramma, ironia, satira politica e una divertente bonaria impostura al centro del cinema di Radu Mihaileanu e de Il Concerto, un po’ tragicommedia e un po’ melodramma, ambientato tra Mosca e Parigi, che narra la bizzarra storia di un grande direttore d’orchestra del Bolchoi che, venticinque anni dopo il crollo della sua carriera di musicista, si ritrova a lavorare come uomo delle pulizie nello stesso posto in cui aveva diretto decine di concerti. Licenziato sotto il regime totalitario di Breznev, dopo essersi rifiutato di denunciare i membri ebrei della sua orchestra, aveva lasciato la sua opera “incompiuta”. Ma rinunciare a Lea, a Sasha, a Izak e a molti altri sarebbe stato per lui un rinunciare a un’idea; all’idea dell’armonia, alla perfezione che aveva potuto “assaporare” soltanto nelle note del concerto per violino e orchestra di Ciajkovskij.